Il treno notturno da Zagabria a Spalato: elogio della lentezza

Il traghetto sarebbe stato più comodo. L’aereo, molto più veloce: novanta minuti da Zagabria a Spalato, contro le undici ore di treno notturno che ho scelto invece. Non lo rifarei per risparmiare — il biglietto in cuccetta costava quasi quanto un volo low cost prenotato all’ultimo. L’ho fatto perché volevo arrivare stanca, con la luce del mattino, invece che con la fretta di un gate d’imbarco.
Lo scompartimento è per quattro, ma quella notte eravamo in due: io e un signore croato che tornava a casa dal lavoro a Vienna, con una borsa di attrezzi da elettricista sistemata sopra la testa. Non ci siamo parlati molto — il mio croato si ferma a “dobar dan” — ma verso mezzanotte mi ha offerto metà del suo panino al formaggio, e io gli ho passato le mie mandorle. È stato tutto il dialogo di cui avevamo bisogno.
Il treno si ferma spesso, nelle stazioni piccole dove sale una persona e ne scende un’altra. Ogni fermata è un piccolo teatro illuminato a metà: un capostazione con la paletta, un cane che aspetta qualcuno sul binario, una famiglia che si saluta con abbracci lunghi. Dal finestrino appannato si vede poco, ma si sente tutto.
Alle cinque e mezza il controllore bussa piano per svegliare chi scende a Knin. Io scendo dopo, a Spalato, alle sei e dieci, con la città ancora chiusa e un solo bar aperto vicino alla stazione. Il caffè lo bevo in piedi, guardando il mare che si intravede in fondo alla strada. Non ho dormito più di tre ore, ma non ho fretta di recuperarle.
Il treno notturno non fa risparmiare tempo. Lo spende diversamente: invece di un’ora in aeroporto e novanta minuti in volo, ti dà dieci ore in cui non puoi fare altro che stare seduta, guardare fuori, e arrivare da qualche parte con la sensazione di aver davvero attraversato uno spazio, non solo saltato da un punto all’altro della mappa.