Il mercato del venerdì a Essaouira, e perché tornarci

Non torno nei posti per i monumenti. Torno per le persone che ci ho incontrato la prima volta, se per caso capitano ancora lì. A Essaouira sono tornata tre volte nella stessa settimana per lo stesso motivo: un venditore di sardine alla griglia con un banco fisso vicino al porto, che la prima volta mi ha regalato un pezzo di pane perché, ha detto, “le sardine da sole sono tristi”.
Il mercato del venerdì è più grande e più caotico di quello quotidiano: si aggiungono i venditori dei villaggi vicini, con verdure che non hanno fatto lo stesso viaggio refrigerato delle altre, e pesce arrivato quella mattina stessa, ancora umido di mare.
Ho comprato quasi niente, le prime due volte. Sono andata solo per guardare: le montagne di spezie disposte a cono, il colore acceso della paprika accanto al beige del cumino, i venditori che pesano tutto a occhio e hanno quasi sempre ragione. La terza volta mi sono fatta coraggio e ho chiesto il prezzo di un chilo di olive, contrattando male e pagando comunque troppo poco per sentirmi in colpa.
Il tè alla menta me lo ha offerto un signore che vendeva solo limoni e argan, seduto su uno sgabello basso vicino al muro della medina. Non ho comprato niente da lui. Mi ha versato il tè comunque, da un bricco tenuto lontano dal bicchiere, e mi ha chiesto solo da dove venivo.
Non è un consiglio da guida turistica, questo. È solo la ragione per cui, se dovessi tornare in Marocco, tornerei a Essaouira prima che altrove — non per la città in sé, ma per un banco di sardine, un bricchetto di tè, e la sensazione di essere già stata riconosciuta.